
COSIMO SANTESE

Nasce a Pulsano (Ta) il 27 Maggio del 1949. Dopo aver conseguito il diploma di Geometra, si iscrive al Corso di Laurea in Filosofia dell’Università di Bari, scegliendo l’indirizzo filosofico - estetico. Ma gli studi vengono presto abbandonati a causa delle difficili condizioni economiche della sua famiglia.
La sua formazione culturale spaziò tra le discipline tecniche (anche diverse dall’indirizzo professionale scelto) tra libri di radiotecnica ed elettronica, sino alle discipline umanistiche, con particolare predilezione per la filosofia, la letteratura e la psicologia. Già i primi anni della giovinezza furono pervasi da un amore profondo per la poesia, mezzo attraverso il quale prendeva forma il suo colloquio con la vita e con la sua anima, come testimonia la sua intensa, seppur breve, produzione di liriche.
Nell’aprile del 1973 si sposa e si trasferisce a Taranto dove, nel dicembre del 1974 nasce il suo unico figlio, Daniele.
Il 2 Febbraio del 1975, muore stroncato da un infarto.
Della sua cospicua produzione letteraria inedita, testimoniata da un suo sincero amico, il poeta Graziano Giudetti, una silloge dal titolo "Pathos" viene pubblicata, a 35 anni dalla scomparsa, dalla casa editrice Horizon.
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Bibliografia:
(1) "Cosimo Santese: un giovane
poeta tutto da riscoprire" di Graziano Giudetti , "La Controra", 25 Novembre
1990;
(2) Soliloqui – G. Giudetti - "La Controra" Anno III n.7, Luglio/Agosto 1991;
(3) Il Prato del Silenzio – G. Giudetti – Lisi Editore, Pulsano, 1995.

Ringrazio tutti i presenti, in
particolare le Autorità presenti, il presidente della Pro Loco e tutti i
convenuti...
Mi rende molto felice di essere qui con Voi, per commemorare l'amico Mino
Santese, in arte Minos, per ricordarlo come poeta e come figlio di questa nostra
cara Pulsano.
Prefazione
Dopo circa quarant'anni, questa raccolta di poesie di Mino Santese, in arte Minos, poeta pulsanese scomparso in giovane età, è tornata finalmente alla luce. E' una gioia per me aver trovato nel figlio Daniele, il giusto riferimento per una doverosa pubblicazione, cullata dallo spirito di dovuta giustizia commemorativa e di manifestazione affettiva da parte della nostra cittadina.
L'ho conservata sempre con cura tra le mie carte più preziose, facendola migrare tra Palermo, Trieste e infine Roma per motivi di lavoro, senza mai dimenticarla, quasi prevedendo che un giorno sarebbe stata giustamente restituita alla grande casa della poesia per testimoniarne la sensibilità dei contenuti e per lasciarne traccia a futura memoria.
L'esperienza amicale con Minos, non si esaurisce nel dilemma esistenziale della morte, tanto presente in queste liriche. La mia memoria è viva nel ricordarlo, soprattutto per le passeggiate in bicicletta, lungo la litoranea tra Lido Silvana e Satùro.
Ci sedevamo in riva al mare, ma la sosta più lunga si protraeva sin sulla spiaggia di quel Lido, tanto caro ad Orazio Flacco. Lì, in quel luogo, ci scambiavamo i nostri pensieri, leggevamo le nostre liriche recenti che, alla brezza del mare, ne fruivano l'aleggiante frescura.
*****
La perdita prematura di Minos lascia, con la raccolta di liriche "Pathos", un anello di congiunzione tra rassegnazione e dolore esistenziale. Egli è consapevole del suo ineludibile destino e matura in sè, in modo crescente, la sua naturale inclinazione a versificare. La giovinezza di Minos si racconta in tutte queste liriche, nel dialogo con sè stesso e con quel mondo oscuro che talvolta lo sente distante ed altre volte ne coglie la fulminea luce del sole:
"Oh, non è giusto, no, che una
vita
si stronchi nella sua primavera
senza una ragione..."
Una luce confortevole, cara ai suoi sogni feriti, ma che non vuole manifestare in modo palese e che, intimamente, ne vorrebbe gioire appieno. E, nella riconosciuta identità di poeta, osserva e medita, scrive ed intavola monologhi facendo trapelare in modo evidente il suo bisogno di cogliere il bello dell'esistere, ma poi la ripulsa per non soffrire, nella consapevolezza della provvisorietà della vita:
"Dipingere di nero
quest'alba radiosa"
... ... ...
"Sei sempre sola, mia vita,
e trattieni il fiato, ascolti
il tuo respiro alzarsi
fuggire nel gioco scottante
del tempo..."
La sua poesia non si smarrisce nei meandri dell'oscuro precipizio della morte. Egli, in queste liriche, spesso la rammenta, ma in modo altrettanto esplicito, la disarma, creando nel suo immaginario, il giusto distacco che gli permette di affidarsi ad un vicolo salvifico di salubre altezza, che solo la poesia ha potuto consentirgli.
"Correvo in cima ad un colle
sperduto nel delirio
della nebbia..."
In questi luoghi dettati dalla fantasia o dalla realtà, egli combatte e si difende, disegnando un paesaggio di presenze cupe, prematuramente invecchiate, piazze sguarnite ed alberi spogli, ma anche di presunti amori. S'avvede che il viso pieno di vita d'una fanciulla lo distrae, lo allontana dal suo patire per una perpetuazione poetica di pochi, ma intensi versi, nell'illusorio auspicio di vivere il tempo che il destino ancora gli concede.
"Ti diletti ancora nel mio amore
eterno
e il tuo riflesso affascina
come sempre le notti insonni"
...
"Freddo sorriso
ornato di lunghi deliri
mi avvolgeva di sera"
... ...
"Non so piangere
senza un'oasi di silenzio
in questa pazza frenesia"
Sebbene nel poeta prevalga il senso dell'amarezza, per l'indifesa condizione di vivere, egli reagisce annullando quel velo oscuro che cade dal cielo su di lui. Lo fa alzando fantasiose barricate, levando la poesia, unica arte che gli permette di accettare la sofferenza nel muto silenzio. Ne esce illividito, ma "vincitore" grazie a quella marea di pensieri, talvolta confusi, che gli inondano la mente.
Questo atteggiamento lirico, così fluente e liberatorio, fa appena trapelare l'insita impotenza del suo esistere, ciò lo ottiene anche, grazie a quella levità religiosa che si coglie tra le righe dei suoi versi, da cui Minos poeta non sa sottrarsi, nè rinuncia di affidarsi ad essa. Egli lo fa nel segno di quell'amore che il Signore ha per l'uomo e lo libera dalle pene facendole sue. Nel segno di quella Croce che lo abbatte e poi solleva l'uomo per dargli uno spiraglio di speranza e per accoglierlo tra le Sue braccia.
"Della mia profetica speranza,
vita del mio cuore morto,
questo rombo di rocce franate,
di terremoti pietosi mi lambisce affettuoso,
quasi che Cristo risorga
per l'anima mia senza fede..."
Questa raccolta di liriche dal titolo "Pathos", è un omaggio dovutogli, tanto auspicato dallo spirito restituito alla vita delle sue poesie, che reclamavano da tempo una pubblicazione. Ho sempre avuto in me la percezione che tale desiderio, prima o poi, sarebbe stato realizzato.
Ed ora, finalmente, con la pace nel cuore di noi tutti, possiamo consegnare questo libro alla memoria e alla cultura della nostra storia, quale testimonianza di un poeta innamorato della vita, della sua terra, del suo mare, del suo cielo, senza poter liberare come avrebbe voluto, il suo grido d'amore, essendo cosciente del tempo effimero ed oppressivo nell'incertezza della sua esistenza. La poesia, quale arte espressiva degli umani sentimenti, nel pensiero di Minos, era divenuta rifugio salvifico e consolatore ma, raramente, il Nostro Poesta riusciva a svincolarsi dalla ragnatela sottile di un silenzio, che lo costringeva ad un atteggiamento meditativo di cui non sapeva liberarsi. Nessun'altra forza, se non quella esercitata poesia, riusciva a placare il ticchettìo del tempo, sempre incalzante ed inesorabile di fronte all'inevitabile destino.
Aveva un fil di voce Minos, un'indole in concordia con la natura e, di questa, ne coglieva la dolcezza che il suo cuore, immantinente, si opponeva e lo rendeva amaro e ne oscurava i pensieri, sebbene egli avrebbe voluto restare incantato a guardare il mare e il reiterarsi delle onde.
Resterà sempre viva, nel ricordo, la sua presenza.
Graziano Giudetti
Comu a nu laùru nturnisciannu và,
ti ccè luscesce infigna ca scuresci,
ti nu pizzuli a l’otru ti lu paisi.
Ccè lu viti nant’a nnu cafè
ca si stè fasci na risata,
e ccè lu viti nant’a la chiesia
ca stè vva dici ‘nu rosariu
E stè pretica sempri ti li sordi
ca fasci uatagnà a li cristiani.
Uhè, Titì, addò stonu stì sordi
ca và vannisciannu alli quatti vienti.
Comu eti ca nui no nni vitimu,
cc èsso ssunnati o eti can a mu vinnutu
tutti l’anima a lu tiavulu?
Uhè, Titì, sienti a lu frati tua,
lassili scè stì chiacchjiri,
và ffatia, ca la saluti la tieni.