Pro Loco di Pulsano

Il giullare e il presidente

di Guido Gentile

sweet-democraty14640La strada, I 400 colpi, Le mani sulla città. Ovvero poesia, rivoluzione, denuncia. Richiama tre capolavori del passato, rispettivamente di Federico Fellini, François Truffaut e Francesco Rosi, Michele Diomà nel suo ultimo lavoro, Sweet Democracy. Tre fattori irrinunciabili, tre ancore di salvezza per difendere la libertà d’espressione e informazione in una democrazia sempre più “morbida” e svuotata di contenuti (perché succube delle “logiche” di potere delle lobby). Il messaggio è chiaro, e a suo modo romantico, visto che rimette il cinema, almeno un certo tipo di cinema, al centro del villaggio. L’idea di Sweet Democracy nasce da lontano, Diomà ci stava rimuginando da circa due anni. L’impulso finale è arrivato durante un viaggio in Messico, in seguito all’apprendimento di un amaro (e mai del tutto chiarito) episodio di cronaca nera: la scomparsa di quarantatre studenti nei pressi di Iguala, nello stato di Guerrero. Segno che il tema della libertà d’informazione è decisamente trasversale. Ma se la cinematografica anglosassone, ad esempio, non ha mai perso di vista l’importanza strategica della libertà d’informazione (L’asso nella manica è del 1951, Il caso Spotlight, vincitore del premio Oscar come miglior film, del 2015), negli ultimi tempi quella italiana – forse – ha accusato qualche passaggio a vuoto. Insomma, i tempi di Elio Petri e del cinema di impegno civile (non a caso citati dall’autore) sono sbiaditi ma non del tutto dimenticati.

sd528673L’argomento è serio, ma il giovane regista campano lo affronta con ironia e leggerezza attraverso un docufiction (perché da Michael Moore in poi il documentario è cambiato) che alterna due diversi piani narrativi. Il primo, quello puramente di finzione, vede protagonista Giacomo Pavrini (interpretato dallo stesso Diomà), un immaginario Presidente del consiglio italiano vanesio e arrogante, a metà strada tra un criminale e un clown. Il secondo, quello documentaristico, conta sulla preziosa presenza del Premio Nobel Dario Fo (nel ruolo di se stesso), ripreso nel suo studio a Milano. Anello di congiunzione tra i due piani del racconto, Adam Coretti, un fantomatico giornalista italo-inglese. Coretti, il classico cane sciolto onesto e intransigente, mette alle corde il Presidente del consiglio attraverso un’intervista che assume quasi i connotati di un incontro di pugilato. Bisogna risvegliare la coscienza di una nazione che in larga maggioranza identifica il potere con la corruzione e che, sempre per citare un dialogo del film, in larga maggioranza non sa, non vede ma immagina. Fortunatamente, alle risposte del presidente Pavrini fanno da contraltare quelle, decisamente più “civili” e composte, del premio Nobel Dario Fo, da sempre simbolo della lotta alla censura. In mezzo tanto cinema, con strizzatine d’occhio a Scorsese e Bergman. Ventotto giorni di riprese tra Roma (Hotel Bernini Bristol) e Fregene (che nella finzione cinematografica diventa una spiaggia scandinava), Sweet Democracy è l’ultima produzione indipendente di Donald Ranvaud (purtroppo recentemente scomparso), produttore britannico più volte candidato agli Oscar (City of God, The Constant Gardener). Il sorriso di Ranvaud, che compare in un cameo, è il simbolo di un modo diverso di fare cinema. Sweet Democracy ci ricorda anche questo.